martedì 14 aprile 2015

Storia e Cultura: le 7 meraviglie del mondo


Il Faro di Alessandria, il Tempio di Artemide ad Efeso, la Piramide di Cheope, i giardini pensili di Babilonia, il Colosso di Rodi, il Mausoleo di Alicarnasso e la statua di Zeus a Olimpia sono tutte opere, eccetto una, andate perdute; celate dietro ai sogni e ai racconti dei miti e delle leggende dell'uomo. Cercheremo quindi assieme di riportare alla luce queste mitiche strutture di oltre venti secoli fa, provando a vedere come veramente si presentavano.

La prima lista stilata sulle Meraviglie risale al II secolo a.C. ad opera della mano e della mente di Antìpatro di Sidone (170 a.C-100 a.C.).
L'elenco odierno, celebre nella cultura popolare, risale invece con ottima probabilità a non più di 500 anni fa. Il canone che oggi noi tutti conosciamo, difatti, deriva dalle influenze ricevute dagli artisti e dagli intellettuali che tra il Rinascimento e l'Illuminismo rappresentarono questi luoghi a seconda delle loro esigenze e seconda di come a essi apparivano nella loro immaginazione le 7 Meraviglie.

I primi a censire questo elenco settenario furono come accennato i Greci che nell'enumerazione, usarono la parola "vedere" o "visto" per indicare le sette meraviglie; intendendo il verbo come un'esortazione per una costruzione che valeva assolutamente la pena di vedere almeno una volta nella vita. Solo col passare dei secoli, la parola fu cambiata in "Tàuma", ovvero "Meraviglia", in senso di "stupore", inteso anche come terrificante oppure angosciante. Dunque non è essenzialmente un aggettivo per descrivere un impatto positivo.

Perché poi queste "Tàuma", quindi Meraviglie, erano proprio 7? Il sette è fin dei tempi antichi un numero simbolico assai significativo: innanzitutto è indivisibile, quindi, è esotericamente il numero della completezza dell'uomo e della massima espressione del suo sé. (7) sono per le culture orientali i chakra, ovvero le ruote o punti nodali del corpo ove circola il shakti, l'energia divina. Tale rappresentazione celebre nell' hindùismo, nel tantrismo, nello sciamanismo e nel buddhismo, la troviamo in molte culture del mondo attraverso oggetti o narrazioni simboliche (che tratteremo nel dettaglio in apposite rubriche o agganci, ndr): nel cristianesimo, ad esempio, (7) sono i vizi capitali, (7) sono i doni dello Spirito Santo, (7) sono gli Arcangeli maggiormente importanti, (7) sono i sigilli del Libro della Rivelazione di Giovanni. Nel giudaismo e nella cabala ebraica, (7) sono i bracci della Menorah; il candelabro intinto dall'olio sacro,  che rappresenta sempre l'energia divina toccante i chakra (che come andremo a vedere è molto più concreta di quanto non possa sembrare); sono allorché (7) le mitiche divinità della qabbalàh. Nell'islam sono (7) gli attributi fondamentali di Allah. (7) sono ancora le Pleiadi, figlie del titano Atlante e del dio Pleiòne; (7) sono le vacche, o i giovenchi sacri, di Hèlios. (7) sono i giorni della settimana che consentono un ordine psichico e cognitivo all'individuo, e potrei continuare per molte righe ancora. Riassumendo, ad ogni modo: il 7 è un numero positivo, di pienezza, splendore, consapevolezza e soprattutto di ambizione. Tutti aggettivi che calzano a pennello con le opere artistiche e architettoniche che adesso ci accingiamo a trattare. Iniziamo allora:


- Il Faro di Alessandria                      

               

- Alto quasi 100 m, sorgeva nella più frequentata, ricca e fiorente città commerciale marittima nel Mediterraneo dell'epoca: Alessandria d'Egitto. Venne realizzato sull'ex isola di Phàros (in greco antico φάρος, che diede il nome "faro" a tutte le strutture successive), adiacente al porto, per guidarvi i marinai e per comunicare loro che avevano raggiunto la meta.
Lo storico Greco Strabone (60 a.C-21/24 d.C) lo descrive così: "S'una roccia sorge una torre in marmo bianco mirabilmente eretta che si sviluppa su diversi livelli."

L'architrave che lo sorreggeva era alta almeno 12 m, profonda tra i 3/4 e larga 5/6. Essa era a sua volta posta sopra una porta monumentale in materiale resistente la quale dava l'accesso alla parte interna della struttura.
Un aiuto concreto per intuire i dettagli del Faro è arrivato da una costruzione identica: a circa 70km dal centro urbano di Alessandria, si trova infatti un faro alessandrino di epoche più recenti in scala ridotta, fatto costruire da un ricco mercante.

Con la base quadrata, una sezione intermedia ottagonale sottoposta ad una cilindrica, fu edificato agli inizi del III secolo a.C sotto il volere di re Tolomeo I e concluso durante il regno del figlio successore Tolomeo II. Nel corso dei secoli fu riadattato e migliorato, rimanendo in funzione per 600 anni. Finché nel XIV non fu distrutto da un terremoto.
Sebbene quando si pensa a un faro ci si immagina una torre che emana una luce, quello di Alessandria è probabile che non l'avesse, poiché per alimentare un tale braciere sarebbe servita una grande quantità di legnane, che né Alessandria e tanto meno una secca terra come l'Egitto erano in grado di fornire per il suo corretto funzionamento. Benché è quindi probabile che non emettesse luce, esso, era stato edificato e rivestito appositamente di calcare bianco affinché riflettesse la luce solare come uno specchio.


- Il Tempio di Artemide



- Ad 800 km di distanza da Alessandria, in una zona marittima sull'opposta sponda mediterranea dell'Anatolia, precisamente in Lidia, ad Efeso, sorgeva un'altra costruzione maestosa che attirava decine di migliaia di visitatori e fedeli: il Tempio di Artemide, la dea della caccia, della Luna, della fecondità, del parto e della castità. Venerata dai Romani col nome di Diana.

Prima della costruzione del Tempio si trovava già un altare dove nel corso dell'anno i fedeli vi si recavano per pregare alla dea. Col crescere del culto di Artemide, prosperò parallelamente anche la città, la quale diventando una meta costante per i pellegrini dovette disporre di una struttura più grande e imponente, divenendo così il luogo di culto più visitato del mondo antico.

Consisteva in una piattaforma rialzata di marmo lunga 40m e larga 20. Al di sopra di questa, s'innalzavano delle colonne di 18/20m a forma di flauto e del medesimo materiale, le quali sorreggevano il tetto che ornato da bassorilievi dava al complesso il classico e inconfondibile stampo a connotato periptero, al quale interno, si trovava illuminata al dì dai raggi del sole la statua di Artemide. Si calcola che per realizzare il tutto ci vollero oltre 51 tonnellate di marmo!

Il territorio di Efeso è una zona ad alta intensità sismica, per questo motivo i costruttori del tempio dovettero affinare il proprio ingegno per far sì che questo bianco pachiderma potesse resistere alle spinte delle scosse.
In principio fu dunque realizzata una piattaforma di carbone stratificata da sterco di pecora per dare stabilità al terreno, creando così una fondamenta sotto le fondamenta che distribuiva il peso della struttura.

La data della sua costruzione non è per nulla certa, difatti si può solo intuire che venne edificato in un periodo compreso fra l'VIII e il VI secolo a.C., all'epoca dunque del primo impero Persiano.
La sua prima fine invece risale al 356 a.C., quando un egocentrico pastore lo distrusse appiccando un incendio. La leggenda e il mito vogliono che fu proprio Artemide a non opporre resistenza, in quanto essa, sotto le vesti di protettrice del parto, era impegnata ad assistere la nascita di Alessandro Magno, avvenuta nella stessa notte del fattaccio.
Altre fonti riportano invece la data al 323 a.C.
Venne quindi ricostruito eppoi distrutto nuovamente dai Goti nel III secolo d.C.
Edificato una terza volta, e ormai lontano parente della struttura primitiva, venne chiuso nel 391, quando l'editto scaturito dai decreti dell'imperatore Teodosio vietò il culto dei riti opposti al dogma imperiale, quindi pagani.
All'inizio del secolo successivo fu definitivamente demolito dai cristiani, i quali, con il suo marmo edificarono alcune chiese ormai scomparse.
Ciò che rimane al giorno d'oggi del magnifico Tempio di Artemide, oltre chiaramente alle esigue rovine dello stesso, sono le mura di una moschea nelle vicinanze, risalente al XIV secolo.


- La Piramide di Cheope

Vista della Piramide di Cheope.

- La grande Piramide di Cheope si trova in Egitto, alle porte del Cairo, e occupa un'arida e desertica pianura rocciosa nota come la spianata di Giza.
Posta al fianco di altre due piramidi di più piccole dimensioni: quella media di Chefren, e quella più piccola di Micerino, fu per gli attuali egittologi costruita per il faraone Khefu (in Greco Cheope) affinché egli potesse godere di un sereno e prospero passaggio nel Duat, il mondo Egizio ultraterreno dell'aldilà. L'opera fu tanto abnorme al punto da risultare, fino al 1889, anno dell'ultimazione della Torre Eiffel per l'esposizione universale, con i suoi 140m la struttura artificiale più alta al mondo. L'Everest dell'uomo, insomma.

La sua costruzione richiese oltre 20 anni di tempo e 2,5 milioni di blocchi di pietra, ognuno del peso di cerca 2500 chilogrammi.
Se ci vollero all'incirca venti anni, significa quindi che ognuno di questi blocchi venne posizionato in 2 minuti. E il quesito sorge sempre spontaneo: come fecero gli Egizi della metà del III millennio a.C. a fare ciò?

Il processo iniziale fu quello di disegnare in scala ridotta la pianta della struttura per poi apportarla nel dettaglio nella realtà. La grande Piramide, come del resto anche quella di Chefren, ha i quattro angoli dei lati allineati con i quattro punti cardinali. Cosa fecero dunque gli ingegneri? Come prima cosa dovettero trovare il nord, e per farlo usarono due strumenti in uso all'epoca: il bei e il merkhèt. Essi servivano per segnare i punti nei quali una stella sorgeva all'aurora della sera e tramontava a quella del mattino rispetto alla Stella Polare, che all'epoca per via della precessione degli equinozi non era Polaris ma la più flebile Thuban, stella Alfa dell'adiacente costellazione del Draco. Quindi si tracciava con questi un angolo: il punto di intersezione indicava, e geometricamente indica tutt'ora, il nord.

             

A questo punto bisognava ricavare con estrema precisione gli altri punti cardinali di modo che si potesse delineare il perimetro. Il primo era il sud, e, non potendo gli Egizi andare nell'emisfero sud per misurarlo con lo stesso metodo, gli scribi tracciarono una retta dal punto che segnava il nord.
Per renderla dritta si avallarono di una semplice squadra con la quale si tracciò la prima retta A-B; da nord a sud. Quindi con una seconda squadra, tenendo ferma la prima, si tracciò l'asse da est a ovest che nel punto d'incontro, se il lavoro fosse stato ben eseguito, delimitava quattro angoli retti. Ricavati, i quattro punti vennero uniti in un quadrato, e il processo venne ripetuto fintantoché il disegno non risultò astronomicamente perfetto.

Questo come però scritto, fu il processo iniziale, quello di progettazione. Una volta composta la planimetria, infatti, iniziò il lavoro più arduo e ambizioso: la messa in pratica dell'opera.

D'ora in avanti quindi; scribi, intellettuali, sapienti, matematici e astronomi si fecero da parte, lasciando l'incombenza agli schiavi e agli organizzatori dell'impresa.
Come prima cosa si dovettero estrarre grezze quantità di roccia arenaria e lavorarla per ricavare da essa blocchi estremamente lisci e combacianti fra loro. Per fare questo, si presero tre bacchette. Le due più esterne venivano unite con una cordicella, e la terza, rimasta sciolta, veniva fatta passare tra i due stecchi finché la distanza fra il lato interessato della pietra lavorata e il cordino non risultava equo: dunque il blocco era liscio e piano, e, dopo averlo reso della medesima misura degli altri praticando un foro nella parte centrale con uno scalpello che serviva per aprirlo in due parti grazie all'utilizzo di una piccozza, esso era pronto per essere trasportato e posizionato con l'aiuto di altri utensili, come ad esempio quella che potrebbe essere una rudimentale livella.

Man mano che il lavoro si susseguiva e proseguiva, la piramide aumentava in altezza. Cosicché, furono necessarie delle rampe. Queste però non avrebbero potuto avere una pendenza superiore ai 7° o agli 8°, in quanto la pesante slitta contenente i blocchi e trasportata dagli schiavi, sarebbe altrimenti scivolata all'indietro sotto la forza del suo stesso peso. Si optò dunque per la costruzione di una rampa tradizionale fino a una certa altezza, dunque, questa, venne fatta snodare attorno alla piramide come una scala a chiocciola. Al modo ché questa sfruttasse la lunghezza in maniera non ingombrante.
Un'ultima cosa a riguardo, secondo me interessante da notare, più che altro per curiosità: è che la rampa finale non fu come si può pensare costituita in legno, bensì venne ricavata dagli scarti di roccia arenaria della cava.

                     


Questa è invece una mappatura stilizzata (immagine presa da Wikipedia) raffigurante la zona dei cunicoli interni: col numero (1) si intende quello che era l'accesso primitivo alla piramide, il (2) invece è quello più recente. (3) è il passaggio discendente che porta al (6), ovvero il cunicolo di discendente, il quale alla fine si ramifica in due parti: una (12) è il cunicolo verticale che discende fino a congiungersi al cunicolo discendente (4), che parte dall'incrocio fra l'entrata più antica (1) e quella più recente (2) e porta nel punto più basso della struttura; la camera inferiore (5). L'altra, invece; se percorsa orizzontalmente porta alla camera della regina (7), se percorsa altresì obliquamente, conduce alla sala delle saracinesche (11), ultimo traguardo prima dell'accesso alla camera del re (10).

All'interno della camera del re, non vi è nulla, se non un sarcofago ricavato da un unico blocco in granito, che, fin dalla prima scoperta ha rappresentato un vero proprio enigma. L'accesso alla camera, infatti, è più piccolo sia della sua altezza che della sua larghezza. Ma allora, come ci sarà finito lì dentro? Come fecero i costruttori a portarlo all'interno della camera mortuaria?
La risposta l'abbiamo già data; difatti, esso fu portato quasi sicuramente come blocco di granito prima dell'ultimazione della camera. Quindi, quando questa fu compiuta, s'incominciò a modellare la pietra, finché non si ricavò un parallelepipedo rettangolare. Successivamente, con un trapano tubolare manuale in rame venne scavato in una sua faccia, fino a quando non si tolse una parte della pietra ormai polvere. E fu così che si realizzò il sarcofago per il re.

                             


Per concludere, bisogna sapere che le piramidi del complesso di Giza risultavano un tempo ancora più maestose di quanto non lo siano ora con la loro empirica presenza. Esse infatti erano rivestite di puro calcare levigato, utilizzato in seguito per edificare alcune costruzioni nell'area urbana del Cairo, sul quale il sole risplendeva come per il Faro di Alessandria. A completare la vista opulenta, sulla sua cima si ergeva una cuspide dorata di sette tonnellate, la quale diedi il nome alla struttura: essa era infatti chiamata in greco pyramidion. 


- I giardini pensili di Babilonia



- Fra tutte e sette le meraviglie del mondo, i giardini pensili di Babilonia sono certamente quelli meno conosciuti, in quanto non vi è rimasto nulla di concretamente storico a loro riguardo, tant'è che secondo molti non sono mai esistiti.
A noi piace però pensare che nell'odierna provincia irachena di Babil, a 70km dalla capitale Baghdad, dove un tempo sorgeva la pittoresca e lussureggiante Babilonia, detta per questo "la bella", si trovasse una struttura tanto amena esteticamente da indurre gli antichi popoli iranici a trasformarla in un "pairidaèza", ovvero in un giardino, che dal sanscrito hindù "para desha", stava a indicare i mondi superiori nei quali risiedevano i Devà Aditya, gli esseri splendenti. E che successivamente lo storico ateniese Senofonte prese in prestito nel suo aggettivo, "giardino", per poi diventare nella cultura occidentale quello che era il Gan biblico, quindi sempre "giardino", posto in Eden (Gan Eden); ed elevarlo allo status di trascendente ed armonioso Paradiso o paradiso terrestre.
Si può dunque ben capire come i giardini pensili fossero una realtà sorprendente che andava a sfidare per mezzo dell'ingegneria le leggi della natura.

Secondo la tradizione vennero fatti costruire da re Nabucodonosor II, il quale iniziò a regnare attorno al 610 a.C. e di lui, della sua vita e di quel determinato periodo storico babilonese si sa molto poiché fu lo stesso sovrano a ordinare di annotare tutto ciò che costruiva e faceva in iscrizioni cuneiformi su tavolette o mattoni, sulle quali troviamo diversi descrizioni delle opere di ricostruzione e ristrutturazione da lui ordinate ma non si trova nulla, nemmeno il più piccolo cenno, ai giardini pensili.

Le uniche prove sulla quali dunque ci si può basare, sono quelle successive degli storici greci antichi già citati e consultati, quali Antipatro, Strabone e Senofonte. Secondo le quali: per soddisfare le malinconie e le noie della moglie Amitis, figlia di una ricca famiglia Media (nota: inteso come il popolo dei Medi), dettate dal paesaggio piatto e monotono di Babilonia, Nabucodonosor II fece costruire questo complesso a piani contenente piante esotiche di ogni tipo. Adiacente alla grande porta di Ishtar, dea babilonese (in accadico anunna-u) dell'amore, della fecondità e della guerra.



- la porta di Ishtar, oggi, come si può notare è conservata in un museo, precisamente nel Museo di Pergamo (in tedesco Pergamonmuseum) di Berlino; uno dei più attrezzati al mondo nel campo dell'arte urbana e architettonica antica.
Essa era situata a nord, ed era una delle otto porte principali che dalle mura portavano attraverso le vie processionarie, tra le ziqqurat, al cuore di Babilonia.
Venne realizzata con una prima stratificazione in pregiati e costosi mattoni cotti a fuoco, attorno ai quali si trova un secondo complesso di mattoni in argilla cotti al sole, che fa da intermezzo alla rivestitura di mattoni colorati tutti incollati tra loro col bitume, una miscela idrocarburica naturale collante e allo stesso tempo impermeabile.


Concludiamo quindi con una nozione tecnica sul giardino: come fecero ipoteticamente i Babilonesi a condurre l'acqua per irrigare le piante nelle zone rialzate? Sarebbe servito un sistema d'irrigazione supportato da una leva a contrappeso, chiamata "shadùf", coadiuvata da un sistema a vite. Grazie al quale, come per un pozzo, delle persone presenti nel giardino pensile erano incaricate a prendere i secchi e portarli agli alberi e per innaffiare piante.


- Il Colosso di Rodi

       

- Nel sud-est del Mar Egeo, a 15 chilometri dalle coste turche, sorgeva nella omonima isola della tutt'ora esistente città di Rodi, un'enorme statua alta 31 metri dedicata al dio solare Helios: il Colosso di Rodi. Venne edificato per festeggiare la resistenza rodiana sui Macedoni che tra il 305-304 a.C. presero l'isola in assedio. Helios a Rodi era la principale divinità e la statua che avrebbe dovuto suggellare l'impresa ricadde senza indugi sulla sua figura.
I lavori iniziarono una decina di anni più tardi, nel 292 a.C, e vennero conclusi nel 280. Per cui è da escludere il fatto che, come raffigurato nell'immaginario, si trovasse all'entrata del porto per accogliere le navi, in quanto chiudere per una dozzina d'anni il porto sarebbe stato per Rodi e i suoi abitanti l'inizio della fine del commercio e delle vie commerciali.
E quindi pressoché certo che il Colosso si ergesse nella parte più alla della città; una collinetta rialzata visibile sia da mare che da terra.

La struttura interna consisteva in una serie di bare e putrelle in ferro unite fra loro riempite di pietra per dare stabilità. Mentre esternamente era rivestita con lamine in bronzo saldate anch'esse fra loro fino a creare un blocco unico. Attorno alla testa di Elio si districavano tredici punte dorate, le quali rappresentavano le tredici costellazioni dello zodiaco calcate dal Sole sulla volta terrestre durante i dodici mesi dell'anno.

Il Colosso rimase in piedi nella sua magnificenza per soli 67 anni: infatti, crollò a seguito di un terremoto scaturito nel 226 a.C. dallo scontro fra la placca africana e quella egea, avente come epicentro proprio Rodi.
Siccome la sua caduta rappresentò per i rodiani un monito dello stesso dio affinché i suoi abitanti fossero più fedeli nei suoi confronti, essi decidettero di non ricostruire la statua che rimase così divisa in blocchi sulla collina più alta per più di 800 anni. Fintantoché nel 672 gli Arabi non comprarono l'isola riutilizzandone i relitti per altre costruzioni. E' quindi plausibile anche che buona parte dei materiali che costituivano il Colosso di Rodi si siano dispersi in altre isole o coste nelle fitte rotte dell'epoca nel Mediterraneo.  


- Il Mausoleo di Alicarnasso



- Nella costa adiacente a Rodi si trova quella che oggi è la piccola città turca di Bodrum, un tempo Alicarnasso; capitale della persiana regione della Caria.
Nel IV secolo a.C. il satrapo di tale provincia era Mausolo. Egli, sposò la sorella Artemisia la quale dopo la sua morte, attorno al 350 a.C., fece edificare in sua memoria una tomba fastosa e monumentale.

Secondo quanto riportato da Plinio il Vecchio (23-79) e anche secondo quanto dimostrato da recenti studi archeologici, la base strutturale misurava 40 m in lunghezza e 35 in larghezza ed era composta da un intrigante e singolare calcare verde. Su di essa, invece, s'innalzava il complesso, alto ben 40 metri.
Sopra il podio vi era dunque un'architrave alta circa 20m che sosteneva un colonnato che a sua volta era sovrastato da un tetto a forma piramidale, sul quale si trovavano oltre 400 statue e basso rilievi. L'estremità del complesso era invece liscia, in quanto su di essa si posava una grande statua in marmo raffigurante un carro trainato da quattro cavalli.

Un manoscritto risalente al VXI secolo afferma che il materiale usato per le statue e i bassorilievi fu preso, trasformato in malta e riutilizzato per costruire diversi elementi architettonici. Fra tutti, spicca il castello di San Pietro dell'ordine benedettino dei Cavalieri Ospitalieri, affacciato sul mare.
Tant'è che in esso non solo vi sono i marmi ormai irriconoscibili del Mausoleo, bensì pure l'inconfondibile calcare verdastro che costituiva la base della grande tomba.




Dunque, ricapitolando: il Mausoleo di Alicarnasso era un'imponente tomba rivestita in marmo dedicata al satrapo Mausolo e fatta costruire dalla moglie nonché sorella Artemisia. Era disposta in tre piani: una base in verde calcare, un colonnato intermedio supportato da un'architrave, e infine un tetto piramidale ornato da quattrocento statue e bassorilievi sul quale era posto una statua di un carro trainato da quattro cavalli.

Quella di Alicarnasso fu una costruzione tanto grande al punto da diventare, come fu per il Faro di Alessandria, situato sull'isola di Pharos, il nome universale e simbolico delle successive strutture architettoniche funerarie.


- La statua di Zeus a Olimpia



- L'ultima delle 7 meraviglie del mondo antico era situata ad Olimpia, città dell'Elide, regione settentrionale della penisola greca del Peloponneso, celebre per i giochi sportivi che per una volta all'anno dal 776 a.C. ospitava.
I giochi olimpici erano un importante avvenimento culturale che richiedeva strutture ampie e all'avanguardia. Dislocate in 20 ettari si estendevano infatti piste da corsa, piscine, campi da gioco, palestre e templi: si può quindi ben capire come a Olimpia la religione, il culto e la tradizione si sposassero e mischiassero allo sport, all'attività agonistica e allo spirito di ambizione. I giochi erano dedicati agli dèi, principalmente al capo dell'assemblea degli Olimpi: Zeus. Ed è così che vi erano diversi elementi richiamanti la divinità, il più importante era certamente il Tempio, dedicato per l'appunto al thèoi Greco dei cielo.

Il Tempio di Zeus venne edificato nella seconda parte della prima metà del V secolo a.C.; era lungo 67, alto più di 20 metri e largo 25 (almeno secondo gli scritti di Pausania (110-180)) e al suo interno si trovavano diverse statue tra cui la settima meraviglia del mondo: la statua del dio, alta 12m. Tant'è che Strabone riferendosi a questa scrive che: "Se Zeus dovesse o volesse alzarsi in piedi, scoperchierebbe il tetto del tempio."

Parlando della statua; essa, venne costruita dall'ateniese Fidia e immessa nel Tempio venti anni dopo l'ultimazione dello stesso. Quindi nel 436 a.C.

Il complesso raffigurante Zeus era in avorio, il quale, venne precedentemente masso a bagno in grosse taniche di aceto per renderlo malleabile, mentre i rivestimenti come i vestiti e i sandali erano in oro. La parte esteriore del dio era invece in intonaco bianco affinché, anche con l'ausilio di una piccola vasca di 5 centimetri contenente acqua e posta frontalmente a due metri, la luce del sole potesse fare rispendere la statua nella sua magnificenza cromata; la quale con la mano sinistra impugnava una lancia dorata, mentre con la destra sorreggeva la Nike, il simbolo della vittoria. Infine il trono sul quale Zeus sedeva era in legno d'ebano decorato da pietre preziose.

Essa rimase nel Tempio per oltre otto secoli, finché, secondo lo storico Cedrano, o Kedranos che dir si voglia, nel V secolo, con la decisiva decadenza della religione Greco/Romana, venne portata alla corte degli alti funzionari bizantini di Costantinopoli come opera da collezione. E da quel momento fino a oggi non si hanno più sue notizie.



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